Tre idee per una coalizione costituente tra Pdl, Pd, Udc

Incalzare il governo ma senza pulsioni distruttive. Abbattere il debito. Sostenere l’idea, già condivisa da altri, di una rappresentanza politica dei paesi dell’euro. Ottenere il presidenzialismo anche attraverso il referendum confermativo. Occorre un ultimo serio tentativo nei confronti del Pd. Il Deputato del Pdl Giuseppe Calderisi scrive al Foglio. Leggi Basta mattane, il Pdl “non cazzone” pensa al 2013 grancoalizionista di Salvatore Merlo
3 AGO 20
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Al direttore - Dopo il successo europeo di Monti, mi auguro che il Popolo delle libertà riesca finalmente a definire una linea politica chiara e conseguente che valga a gettarsi alle spalle l’irriverente epiteto di “cazzoni” attribuitogli dal Foglio. Si può e si deve incalzare il governo, ma occorre farlo in modo costruttivo e propositivo, non avallando l’idea di una svolta distruttiva e irresponsabile che, come Lei ha sottolineato nel suo editoriale di domenica sul Giornale, finisce solo per “contribuire in negativo a un’intesa scombiccherata ma efficace tra sinistra e centro moderato”. Se il Pdl vuole giungere all’appuntamento delle elezioni del 2013 con l’ambizione di giocare ancora un ruolo da protagonista, la strada da seguire è solo quella di avanzare serie proposte per il risanamento e lo sviluppo dell’economia, per riformare e rendere governabile l’Italia e la stessa Europa. Se il governo le farà proprie e le realizzerà, il Pdl potrà assumersene il merito; altrimenti potrà presentarle come programma di governo per le elezioni del 2013 per chiedere su di esse il voto degli elettori.
Chiedo l’ospitalità del Foglio per avanzare tre proposte di carattere strategico necessarie, a mio avviso, per salvare l’Italia e la stessa Europa. La prima riguarda il modo per rendere cogente e prioritario l’obiettivo fondamentale dell’abbattimento del debito pubblico. La seconda la strada per giungere all’integrazione fiscale e politica dell’Europa, necessaria per la federalizzazione del debito. La terza proposta, da rivolgere soprattutto al Pd, riguarda lo svolgimento di referendum confermativo sull’elezione diretta del Presidente della Repubblica e la forma di governo semipresidenziale da tenere lo stesso giorno delle elezioni politiche del 2013.

1. Un ministro ad hoc per l’abbattimento del debito pubblico
Finalmente il Pdl ha annunciato che a giorni presenterà una proposta per la forte riduzione del debito pubblico. Al riguardo, come è noto, sono state avanzate numerose proposte di cui il Foglio ha spesso riferito (da ultimo il 14 giugno con un articolo di Antonio Pilati, in particolare sulla proposta di Giuseppe Bivona e Rainer Masera). Il 26 giugno ha presentato un’altra proposta anche il presidente della Consob, Giuseppe Vegas, in un’audizione al Senato: creare un fondo di stabilizzazione finanziaria ove conferire immobili pubblici, partecipazioni di società quotate, riserve auree e valutarie eccedenti i vincoli dell’euro, che emetta bond con un rating da tripla A e la cui raccolta serva a riacquistare titoli del debito pubblico emessi a tassi di rendimenti elevati. Nonostante tutte queste proposte, però, neppure il governo Monti si è mosso finora per questo fondamentale obiettivo. Eppure, portare il debito al di sotto del 100 per cento del pil in un breve arco di tempo, senza ricorrere a patrimoniali o ad avanzi primari insostenibili, costituirebbe un segnale fortissimo per i mercati, varrebbe a ridurre sensibilmente lo spread, a tagliare il pesantissimo servizio del debito (circa 85 miliardi l’anno), a creare più mercato e a liberare l’economia italiana. Come far divenire davvero prioritario e cogente l’obiettivo dell’abbattimento del debito pubblico? Occorre forse affiancare a valide proposte di merito anche un’idea-forza di natura istituzionale: la nomina di un ministro ad hoc incaricato di questa specifica missione strategica. Un ministro che dovrebbe connotare l’azione non solo del governo Monti per questo scorcio di legislatura, ma tutti i prossimi governi del paese (almeno fino al raggiungimento di un livello sostenibile del debito).

2. Una “Eurocamera”, limitata all’Eurozona
Ove siano rappresentate maggioranze e opposizioni di ciascun paese (proposta di Joschka Fischer) e la convocazione straordinaria, entro sei mesi, a Roma, di una “Conferenza dei Parlamenti nazionali sull’avvenire dell’Europa”.
Al fine di compiere i passi necessari verso l’integrazione fiscale e politica – che è condizione indispensabile per la federalizzazione del debito – Joschka Fischer ha proposto di creare una Eurocamera, limitata all’Eurozona, ove siano rappresentate le maggioranze e le opposizioni dei Parlamenti di ogni stato, dove discutere direttamente, con tutta la legittimità necessaria, l’attenzione mediatica e il coinvolgimento delle popolazioni nazionali un nuovo percorso di costruzione europea, con un controllo parlamentare comune della zona euro. La proposta di Joschka Fischer, presentata in alternativa all’elezione diretta del presidente dell’Ue (che “non porterebbe a nulla”), è stata ripresa e sostenuta anche da Angelo Panebianco (sul Corriere della Sera del 12 giugno), giustamente critico verso il Parlamento europeo (“ha ben poco a che fare con la ‘sovranità popolare’. Gli elettori che votano alle elezioni europee lo fanno più per lanciare messaggi ai partiti del proprio paese che per concorrere a formare un’inesistente volontà popolare europea”). Una proposta simile a quella di Joschka Fischer fu avanzata anche da Valery Giscard d’Estaing nel 2002, come presidente della Convenzione europea, nel progetto preliminare di trattato costituzionale (art. 19, con la denominazione di “Congresso dei popoli europei”).
La proposta di Joschka Fischer potrebbe essere fatta propria e rilanciata dal Pdl, anche promuovendo entro sei mesi la convocazione straordinaria di una Conferenza dei Parlamenti nazionali e del Parlamento europeo per discutere dell’“Avvenire dell’Europa”. Non sarebbe neppure una novità assoluta: “Assise europee”, costituite da ampie delegazioni dei Parlamenti nazionali e del Parlamento europeo, già si tennero a Palazzo Montecitorio il 27-30 novembre 1990, accogliendo una idea di Mitterrand (in realtà proposta in precedenza da una mozione della Camera dei deputati italiana). Assise che ebbero anche un certo ruolo sulla strada di Maastricht, tanto che il Ppe decise di tenere in vista di esse un suo Congresso.

3. Referendum confermativo sull’elezione diretta del Presidente della Repubblica.
Anche Luciano Violante ha sostenuto recentemente che il nostro paese si trova per molti aspetti in condizioni simili a quelle della Quarta Repubblica francese (sistema politico assai frammentato, scarsa legittimazione e accentuata debolezza decisionale) e che l’elezione diretta del presidente della Repubblica e la forma di governo semipresidenziale, con annessa legge elettorale a doppio turno, può costituire una soluzione giusta e opportuna per l’Italia. Lo ritengono, privatamente, anche numerosi esponenti del Pd. Occorre allora fare di tutto, ma proprio di tutto, per cercare di realizzare davvero questa riforma costituzionale. E’ evidentemente molto difficile che essa possa andare effettivamente in porto solo con il sostegno della Lega. Occorre allora un ultimo e serio tentativo nei confronti del Pd, perché la questione dei tempi è evidentemente pretestuosa. Quella dell’esigenza di sottoporla a un referendum popolare, invece no (vi ricorse anche de Gaulle). Occorre allora proporre al Pd di realizzare insieme la riforma prevedendo, anche nel caso sia approvata con la maggioranza dei due terzi, un referendum confermativo da tenere lo stesso giorno delle elezioni politiche del 2013. Basterebbe approvare una norma transitoria che potrebbe essere del seguente tenore:
“Nel caso in cui la presente legge costituzionale sia approvata nella seconda votazione da ciascuna delle Camere a maggioranza di due terzi dei suoi componenti, la parte della legge relativa all’elezione a suffragio universale e diretto del presidente della Repubblica e alla forma di governo (di cui agli articoli 9, 9-bis, 9-ter, 9-quater, ecc.) è sottoposta a referendum popolare entro tre mesi dalla pubblicazione ed è promulgata se è approvata dalla maggioranza dei voti validi. Il referendum popolare può svolgersi anche nella stessa data delle elezioni delle Camere. In caso di approvazione, essa entra in vigore dopo ventuno mesi dalla data della promulgazione. Entro lo stesso termine le Camere approvano le relative leggi di attuazione. Alla data dell’entrata in vigore delle nuove norme costituzionali è indetta l’elezione a suffragio universale e diretto del presidente della Repubblica che assume le funzioni il settimo giorno successivo a quello della proclamazione dei risultati elettorali, data in cui cessa il mandato dell’ultimo presidente della Repubblica eletto dal Parlamento in seduta comune”.
di Giuseppe Calderisi (Deputato del Pdl)